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QUEI 3MILA CERVELLI IN FUGA OGNI ANNO DA UN’ITALIA CHE NON SAPREBBE COSA FARNE

07 Mar 16
AVF Staff
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Carolina Brandi, ricercatrice dell’ Irpps-Cnr (l’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali), in un capitolo del Rapporto 2014 Migrantes dal titolo “L’emigrazione dei ricercatori italiani: cause ed implicazioni”, cerca di delineare un quadro ragionato del brain drain ovvero della cosiddetta “fuga di cervelli”. In particolare cerca di comprendere le motivazioni e la dimensione di questa fuga e se esista davvero o se non si tratti piuttosto di “normale mobilità” dei ricercatori come in tutti i paesi del mondo.

Negli anni scorsi alcuni studiosi hanno messo in dubbio perfino l’esistenza del fenomeno, anche perché non esiste nessuna banca dati con i riferimenti di tutti i nostri ricercatori impegnati in attività all’estero. Occorre infatti andare a scandagliare le banche dati di organismi diversi per avere un’idea della consistenza numerica del fenomeno.

Per la Brandi la fuga dei cervelli italiani invece c’è e sarebbe dovuta al fenomeno dell‘overeducation: nel nostro paese vengono formati  più dottori di ricerca di quelli che il nostro mercato del lavoro riesce ad accogliere e la differenza si reca all’estero.

Per invertire la rotta ed assorbire i dottori di ricerca in esubero occorre dunque riorientare il mercato del lavoro verso l’innovazione. Ogni anno, circa 3mila ricercatori italiani che hanno conseguito il titolo accademico del dottorato di ricerca prendono la via dell’estero. L’Italia, che è tra i paesi europei più industrializzati, esporta più ricercatori di quanti non ne importi dagli altri paesi. Secondo le stime e le indagini del Cnr il saldo tra ricercatori usciti ed arrivati nel nostro Paese è del 13,2% (l’unico negativo in Europa). In altre parole, perdiamo il 16,2 % di ricercatori formati in casa e riusciamo ad attrarre il 3 % di scienziati di altri paesi. Per molte altre nazioni europee le percentuali sono invece in pareggio, come per la Germania, o positive come nel caso della Svizzera e della Svezia (oltre il +20 %), del Regno Unito (+7,8 per cento) e Francia (+4,1 per cento). La Spagna, la cui economia non brilla certamente, ci tiene a debita distanza con una perdita contenuta all’1 %.  Dal 2010 al 2020, al ritmo di 3mila ricercatori italiani all’estero all’anno,  l’Italia perderà qualcosa come 30mila ricercatori, con un impoverimento del capitale umano a scapito dello sviluppo del nostro paese. Di contro tali ricercatori emigrati contribuiranno, attraverso il trasferimento delle loro conoscenze, allo sviluppo economico di quei paesi esteri.

Per comprendere meglio le ragioni della fuga dei cervelli, l’istituto in cui lavora la Brandi nel 2010 aveva effettuato un sondaggio su circa 2mila ricercatori italiani impegnati all’estero. I risultati di questa indagine, scrive la ricercatrice, mostrano che nella maggior parte dei casi la condizione  professionale degli intervistati è molto soddisfacente: si tratta sempre di condizioni di lavoro più stabili di quelle italiane, con maggiori opportunità di carriera e stipendi doppi rispetto a quelli dei colleghi rimasti in Italia. La percentuale di coloro che non pensa ad un ritorno in patria sale al 63 %. Circa metà dei 2mila intervistati dall’Irpps lavora nei paesi europei (Regno Unito, Francia, Germania, Belgio e Svizzera). Coloro che si sono spinti oltre oceano approdano soprattutto negli Stati Uniti e in Brasile. Nel 2014, tra i 3.385 ricercatori italiani con indice di produttività scientifica alto, 641 ricercatori lavorano all’estero permanentemente o parzialmente, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa, ma anche in Giappone, Sudafrica, Cina e Singapore. E’ quasi impossibile farli rientrare in Italia. Già nel 2001 il programma sul rientro dei cervelli lanciato dal Governo Berlusconi ha convinto appena 488 ricercatori di cui meno di un quarto (110 in tutto) ha rinnovato la permanenza in Italia per i successivi 4 anni.

Repubblica, febbraio 2016