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QUANTO È IMPORTANTE UNO SHARING ECONOMY ACT PER L’ECONOMIA ITALIANA?

13 Feb 16
AVF Staff
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Nel mondo si stanno sempre più diffondendo le piattaforme che promuovono servizi di matching tra utilizzatori che richiedono beni o servizi e fornitori che sono in grado di metterli a disposizione condividendo i loro beni e il loro tempo.

Un movimento quello della cosiddetta sharing economy ancora molto nuovo, nato con l’inizio della crisi economica del 2008, per il quale l’inquadramento del lavoro on demand non è stato ancora  ben definito da governi e regolatori.

Molte di queste piattaforme mettono in luce che i loro utilizzatori sono per la maggior parte temporanei con un reddito non elevato e che un’adeguata loro regolamentazione potrebbe aiutare i lavoratori on demand a conformarsi ed a poter usufruire a pieno delle medesime.

Ad esempio, recentemente Airbnb ha pubblicato per la prima volta i dati sui redditi degli host, ovvero di coloro che affittano le proprie case, nella città di New York. Dall’analisi di alcuni trend sulla distribuzione della forza lavoro on demand se ne deduce che un grande numero di host è davvero un lavoratore occasionale, con una media di introito per host di 10.000 dollari l’anno.

Tuttavia la piattaforma non ha un tetto massimo e un migliaio di questi annunci porta al proprio host  tra i 50.000 e i 350.000 dollari all’anno. Inoltre, il  25% del fatturato della piattaforma è di host che hanno più di un annuncio online, quindi utilizzano il sito a scopo commerciale. La distribuzione così variata del lavoro on demand ovviamente complica la regolamentazione, non facilitando neanche il trattamento fiscale di questi introiti non definiti.

Anche i numeri sui driver di Uber, pubblicati dalla Princeton University all’inizio del 2015, dimostrano che il gruppo dei lavoratori on demand è disomogeneo (disoccupati 38%; lavoratori a tempo pieno 32%; lavoratori part-time 30%). Inoltre, i lavoratori on demand hanno di solito più di una fonte di reddito ed Uber è la maggiore fonte solo per il 16% di loro.

Secondo uno studio di PwC il reddito delle piattaforme di lavoro on demand o della sharing economy, che potrebbe arrivare a 335 miliardi entro il 2025, rimane completamente deregolato.

Sebbene dunque la crescita delle suddette piattaforme sia aiutata da queste nuove esigenze, finché non viene superato il loro inquadramento gli Stati, come pure i loro rispettivi cittadini, non ne potranno pienamente beneficiare. Da qui l’importanza di un Sharing Economy Act come possibile aiuto anche all’economia del lavoro in Italia.

Econopoly, dicembre 2015