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PERCHÉ I VOUCHER LAVORO NON SONO IL MALE ASSOLUTO E COSA C’È DA FARE PER MIGLIORARLI

05 Apr 16
AVF Staff
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A otto anni di distanza dalla introduzione dei voucher per cercare di regolarizzare rapporti di lavoro occasionali o saltuari, che spesso finiscono nella piaga sociale del lavoro irregolare, i cinque Governi che si sono avvicendati nel tempo hanno allargato notevolmente la platea degli interessati, penetrando interi settori economici, come l’edilizia o la ristorazione, ed arrivando a coinvolgere ormai quasi 1 milione e mezzo di lavoratori.

Ora se da una parte potrebbe essere opportuno ridurre una così diffusa precarizzazione del lavoro subordinato,  con rapporti contrattuali ipersemplificati, dall’altra è anche vero che i voucher sono figli di un costo del lavoro insostenibile. Un dipendente costa infatti a un datore di lavoro molto più di quanto percepisca lo stesso lavoratore a fine mese, per un cuneo fiscale di circa il 50% della retribuzione. Tutte le voci di costo delle buste paga, incluse quelle relative ai contributi previdenziali generalmente corrispondenti al 33% della retribuzione, pur rendendo le buste paga molto magre al lavoratore ed allo stesso tempo eccessivamente grasse al datore, consentono ai dipendenti di essere assicurati in caso di infortunio o malattia e di accumulare i necessari contributi previdenziali per godere un giorno la meritata pensione.

L’incidenza del fisco sui bilanci aziendali tuttavia spiega facilmente la grande risposta delle aziende all’introduzione da parte del Governo di strumenti quali i voucher lavoro e gli sgravi contributivi 2015 per le nuove assunzioni a tempo indeterminato. Nel caso dei voucher il sospetto è che questi sarebbero stati però utilizzati dalle aziende non solo per ridurre il costo di dipendenti stabili, ma anche per camuffare prestazioni in “nero”; mentre nel caso degli sgravi contributivi sarebbero stati effettuati licenziamenti fittizi seguiti da riassunzioni con il nuovo contratto a tutele crescenti.

Fatte queste premesse, il successo e l’utilità dei voucher è riconducibile a varie motivazioni. In assenza dei voucher le ore di lavoro contenute nei buoni tornerebbero probabilmente ad essere retribuite in maniera irregolare, con penalizzazioni sia dal punto di vista contributivo (12,5% di contributi è meglio dello 0%) che di protezione del soggetto in caso di infortuni. I voucher hanno poi introdotto flessibilità nelle incrostazioni del mercato del lavoro, rappresentando un’oasi di semplicità e praticità all’interno di un oceano burocratico, comportando significativi risparmi sui costi del personale. Inoltre i medesimi sono altresì molto utili per dare una chance ai cosiddetti “unskilled workers”, tra i quali possono essere menzionati i giovani privi di istruzione superiore o universitaria e gli immigrati sprovvisti di qualifiche che non hanno la necessaria esperienza o le dovute qualità da giustificare una retribuzione lorda (ad esempio) di circa 2.000 euro mensili. L’assenza di strumenti di flessibilità, come possono essere i voucher, accompagnata dall’attuale cuneo fiscale, comporterebbe infatti per i soggetti “unskilled” la condanna a restare fuori dal mercato occupazionale oppure a dover lavorare senza un regolare contratto, finendo ai margini della società.

Ma se l’utilità dei voucher è facilmente intuibile è ben più arduo pensare a come intervenire per correggere le criticità emerse. Innanzitutto va rilevato che esistono già dei precisi limiti di importo (massimo 7.000 euro annui per singolo lavoratore di cui non più di 2.000 da un unico datore) e di comunicazione alla Direzione Territoriale del Lavoro (che deve essere preventiva alla prestazione , deve indicare il luogo della stessa e lo svolgimento entro i successivi 30 giorni). Si potrebbe poi intervenire sulle soglie di importo o prevedere degli incentivi fiscali per chi assume i prestatori di lavoro accessorio; oppure, più generalmente, si potrebbe cercare di limitare il fenomeno rendendo lo strumento più complicato e/o meno conveniente per le imprese.

L’Esecutivo pare intenzionato a voler ridurre il costo del lavoro in maniera strutturale dopo i provvedimenti una tantum e questo, che rappresenterebbe una vera inversione di tendenza rispetto alle abitudini del nostro Paese, sembrerebbe essere una scelta che in futuro potrebbe premiare ed andare a vantaggio della competitività del sistema.

Econopoly, marzo 2016

TAXING WAGES REPORT 2016