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NESSUN PESSIMISMO SULL’OCCUPAZIONE: LA TECNOLOGIA CI STA SALVANDO

02 Mar 16
AVF Staff
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Nel saggio dal titolo “La Nuova geografia del lavoro” Enrico Moretti argomenta come l’interazione tra le città (intese come nuovi ecosistemi localizzativi) i prodotti, i servizi innovativi e le persone portatrici di skills (laureati e specializzati) stia portando a trasformazioni sociali impreviste, tali da indurre a riscrivere la dinamica della distribuzione dell’industria e della ricchezza.

Secondo l’autore l’innovazione è il  motore del ridisegno in atto e le città, ovvero gli “ecosistemi urbani”, in competizione tra loro, sono gli attrattori/ricettori della randomica dislocazione del più potente fattore produttivo in atto: il capitale umano.  Quest’ultimo sarebbe mosso, nelle sue decisioni localizzative, essenzialmente da pochi drivers quali un buon salario e incentivi immateriali (soddisfazione culturale, un decente sistema sanitario, fitness, benessere ambientale, incremento delle proprie skills professionali ecc); mentre tutti gli altri fattori fisici tradizionali passerebbero in secondo piano (sostegni monetari alle imprese che si localizzano, facilitazioni fiscali, dotazione infrastrutturale ecc).

La rivoluzione dell’innovazione,  indagata da Moretti, ha inizio e sede negli Usa, ma si estenderà inevitabilmente all’Europa e forse anche al sud europeo il quale, grazie all’innovazione, sperimenterà una “rimonta economica”analogamente  al caso americano.

Attraverso una impressionante e documentata descrizione di success cases economici dei vari luoghi del vasto continente americano, Moretti racconta una globalizzazione dell’economia nella quale, nonostante la crisi, la parte reale non scompare affatto a dispetto di quella  finanziaria. Nella nuova America di Moretti,  la nuova economia reale, basata su conoscenza e innovazione, cresce a ritmi travolgenti, moltiplicando lavori e ricchezza anche negli anni della crisi; consegnando una nuova geografia del lavoro fatta di un’espansione iperbolica di posti di lavoro nell’innovazione, che pullulano in nuove città o in territori che hanno ridefinito la propria identità.

Nell’economia della conoscenza qualsiasi occupazione capace di creare nuove idee e nuovi prodotti si rivela pervasiva e moltiplicatrice di posti di lavoro e di salari, attraendo insediamenti produttivi e domanda pagante. I posti di lavoro cancellati nell’old economy sono rimpiazzati da quelli nell’advanced manufacturing, con una bilancia dei numeri a somma positiva. Altro che deindustrializzazione e crisi, il mondo del lavoro ha solo cambiato geografia.

Per descrivere l’attuale globalizzazione dell’industria innovativa serve dunque la teoria economica ricardiana dei “vantaggi comparati” piuttosto che quella dell’impoverimento maltusiano.  Fin dagli anni 70 la letteratura economica sull’innovazione, anche quella più ottimistica, aveva infatti ruotato intorno ad una convinzione malthusiana secondo la quale la dinamica della tecnologia e dei posti di lavori creati dall’innovazione non avrebbe mai compensato, quantitativamente, quelli che si sarebbero persi con il declino della vecchia manifattura, ovvero dell’industria e dei prodotti del 900. La natura prevalentemente piccola e concentrata dell’azienda innovativa e del mondo pullulante delle start-up tecnologiche non sarebbe mai riuscita a replicare le dimensioni e il numero di occupati delle Big Companies. Il pessimismo malthusiano dell’inevitabile disoccupazione e impoverimento da tecnologia si è rivelato invece  non funzionare.

Quando si parla di industria innovativa o di advanced manifacturing, la variante veramente decisiva diventa il capitale umano. Almeno tre sono i settori industriali in cui l’advanced manifacturing si va rivelando come una potente leva di rilocalizzazione di posti di lavoro: quello della nuova industria delle piattaforme smart di comunicazione, delle tecnologie informatiche, della robotica, delle biotecnologie, dei prodotti sanitari, dei nuovi materiali, delle nanotecnologie; quello della grande manifattura “strategica” che non si delocalizza mai, ad esempio l’industria tecnologica della difesa o quella dell’aerospaziale; quello dei servizi innovativi in ogni settore in cui si esprime una domanda di prodotti nuovi (dalla sicurezza all’ambiente, all’intrattenimento, al marketing e alla finanza).

Le politiche pubbliche dovrebbero dunque creare attrattività per persone professionalmente attrezzate che possano scegliere di localizzarsi in un’area prescelta. La città e l’attrattività dell’ecosistema urbano hanno una funzione preminente grazie alla possibilità di presentare un offerta culturale, reti always on, una prossimità tra sedi universitarie, la presenza di cluster innovativi, ecc. La cosiddetta politica industriale, nelle aree in ritardo, dovrebbe accompagnare ai tradizionali contenitori “fisici” nuovi stimoli diretti ai fattori immateriali dello sviluppo: privilegiare l’apertura territoriale dei centri di conoscenza (università, centri di ricerca, istituti formativi, scuole specializzate); investire sulla dotazione ambientale e culturale di un luogo urbano; offrire ingegneria finanziaria e trattamenti incentivanti ai “cervelli” (sostegno fiscale dei brevetti, start-up innovative, hubs dell’innovazione, distretti tecnologici).

In conclusione la lezione americana del libro di Moretti sottolinea come le città in precedente declino o del tutto nuove o tradizionalmente anonime possano “rimontare” attraverso una reindustrializzazione che faccia leva  su fattori “non fisici”, ma piuttosto immateriali, della localizzazione; ovvero sulla capacità dei luoghi di attrarre persone qualificate, sia impedendo che i nativi più capaci vadano via sia ospitando cervelli che provengono da fuori.

 

Il Foglio, febbraio 2016