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LE STARTUP PER DONNE SONO SOLO IL 13% IN ITALIA

08 Mar 16
AVF Staff
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In base ai dati elaborati da Infocamere le startup innovative femminili in Italia sono ancora un numero molto esiguo: 670 su un totale di 5.111, ovvero il 13,1%. Da quanto emerge anche dall’ultima indagine condotta da Global Entrepreneurship and Development Institute (Gedi) l’ambiente italiano non è dei migliori per lo sviluppo di idee da parte delle donne. Nella classifica dei paesi più accoglienti, dove al primo posto troviamo gli Stati Uniti con un punteggio di 81,9, l’Italia si posiziona al 30esimo posto con un punteggio di 51,4.

Alle difficoltà che si presentano a tutte le startup in Italia  si aggiungono i problemi di fare impresa al femminile. Come messo in evidenza dalla fondatrice e managing partner di Panakes Partners, e prima ancora di 360° Capital Partners (venture capital che investono in startup europee), la presenza di startup al femminile varia a seconda del settore. A livello numerico la parte del leone nelle startup la fa il digitale, che è tradizionalmente maschile. Nel settore medicale, invece, è decisamente maggiore la presenza di donne. Il mondo degli investitori istituzionale è inoltre ancora molto maschile e non è semplice per una donna acquistare credibilità. Le donne, oltre ad essere startupper e partner di fondi di venture capital, sono  comunque anche protagoniste fra i business angel (ovvero i primi finanziatori delle idee).

Le startup al di là di essere poche sono anche piccole con la necessità, dunque,  di trovare i fondi per poter decollare e poi crescere. Se per quanto riguarda il crowdfunding iniziale sembra che ora il problema dell’accesso ai fondi sia meno insormontabile, diventa più complicato accedere a fondi per lo sviluppo. E’ in questa direzione che va anche l’iniziativa del Ministero dello Sviluppo Economico pronto a mettere a disposizione fino a 1,5 milioni per progetto, o una cifra pari al 75% dell’investimento. A questo scopo sono stati stanziati 50 milioni e le richieste vengono raccolte da Invitalia.

Il Sole 24 Ore, marzo 2016