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LAUREA E LAVORO, PUNTARE TUTTO SULLE COMPETENZE

19 Gen 16
AVF Staff
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Un contributo che si focalizza sulla necessità di analizzare le potenzialità di occupazione dei laureati del nostro Paese in chiave sistemica

Corriere Fiorentino, 15.1.2016

di Mauro Lombardi,

Dipartimento di Scienze per l’Economia e l’Impresa, Centro per l’Innovazione Sistematica (Fondazione Politecnico Milano)

L’articolo di Gaspare Polizzi, apparso ieri sul Corriere Fiorentino, solleva una serie di questioni che meriterebbero un approfondimento sistematico: dai processi formativi al sistema economico-produttivo che con essi dovrebbe interagire, al modello socio-economico che ispira la dinamica di un Paese o di un intero continente.

Il problema dell’occupazione di laureati e diplomati, al centro anche di un articolo di Cervone sui dati AlmaLaurea (CF del 9-12-2015), non è solo italiano.

Negli USA, che costituiscono un modello di riferimento per una parte rilevante dell’élite politico-istituzionale del nostro Paese, da anni vi sono numerosi studi, il cui nucleo essenziale è riassunto in una battuta, rappresentata in cartoons, concernente persone che hanno finalmente preso un master, “così ora possono andare a vendere hamburger  o fare i baristi” (in modo da saldare in decenni il debito assunto per pagare il tuition fee). Non di rado poi accade che “for the majority of prospective students, attending university in the US may seem about as realistic as crashing (“sistemarsi” nello slang americano)  at the White House while you look for a place to live” [http://www.topuniversities.com/student-info/student-finance/how-much-does-it-cost-study-us]. Recenti studi apparsi negli Usa (tra cui uno Staff Report della Federal Reserve of New York, December 2015) mostrano, invece, che la realtà negli anni 2009-2013 non è così drammatica, perché più del 50% dei college graduate hanno lavori non low-skill e pagati adeguatamente. Il fatto è che da quelle parti c’è possibilità di crescita nella scala delle professioni e dei compensi (stime non riportate qui per brevità).

Non parliamo però degli Usa e nemmeno della Germania, dove esiste un sistema formativo cosiddetto “duale”, che solo recentemente è diventato di moda nella pubblicistica del nostro Paese, mentre l’analisi tecnico-scientifica in merito appare un po’ meno consapevole. Riferiamoci allora all’Italia e alla Toscana. I dati sull’occupazione e sui livelli retributivi di laureati e diplomati dovrebbero indurre ad affrontare quesiti precisi su: 1) quale domanda di competenze emerge dal sistema economico-produttivo? 2) Esiste un mismatch tra domanda e offerta di professionalità? 3) Le trasformazioni, profonde ed estese, della natura e delle tipologie di prodotti, processi e attività (set di task all’interno dei cicli produttivi) stanno innescando nel nostro Paese e nella nostra Regione feedback positivi tra innovazioni tecno-produttive e innovazioni dei processi formativi? 4) La composizione della “forza-lavoro” in uscita dagli anni formativi è quella più appropriata per un sistema dinamico? Ciò naturalmente nel caso sia valida l’ipotesi che quest’ultimo sia realmente dinamico.

Se non si affrontano interrogativi come questi, e altri che ovviamente non si possono approfondire in un già lungo contributo di riflessione, oltre che commettere errori sesquipedali con affermazioni più o meno implicite del tipo “studiare serve a poco”, vengono lanciati segnali deleteri per l’evoluzione del sistema-Paese. La rivoluzione tecno-economica in atto richiederà, infatti, competenze e crescenti livelli generalizzati di formazione, non inviti ai giovani (spesso figli degli altri) ad imparare lavori manuali, per il solo fatto che nel Valdarno superiore c’è bisogno di tagliatori di suole oppure di falegnami!