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LA SHARING ECONOMY, ORA ANCHE ON DEMAND, VALE L’1% DEL PIL ED È QUI PER RESTARE

15 Feb 16
AVF Staff
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Secondo un studio effettuato dagli esperti di Crédit Suisse “Sharing economy. Nuove opportunità, nuovi interrogativi” il contributo al Pil da parte della sharing economy resta in una forchetta tra lo 0,25 e l’1 %; per l’Italia sarebbe come dire fra i 4 e i 16 miliardi di euro, un contributo non rilevante che in percentuale è minimo se rapportato al rumore che questa nuova economia sta producendo in termini di attenzione dei media.

C’è comunque da sottolineare che differenti sono le tipologie di apporti alla Sharing economy o alla demand economy, ovvero una nuova economia che da alcuni viene vista prendere vita grazie al ruolo centrale delle persone, da altri invece in ragione delle  peer-to-peer  asset lending platforms.  Ad esempio, un conto è misurare la commissione di Blablacar (20 milioni di iscritti in 19 Paesi) o della star del settore Uber (51 miliardi di valore attribuito sulla base dei finanziamenti sin qui ricevuti) per un passaggio in auto. Un altro conto è calcolare il valore aggiunto di una piattaforma come freelancer.com che incrocia domanda e offerta di lavoro sulla base di collaborazioni mirate per progetti. Ancora altro è inquadrare il guadagno di un host di Airbnb quando affitta il proprio appartamento o quello di uno chef fatto in casa di Gnammo. Altro ancora il caso di un rimborso spese per l’offerta di un divano letto o quello di un “lavoretto” fra privati come avviene su  Tabbid  (la versione italiana di  Task RabbitAskfortask, o dell’australiana AirTasker) o su Helpling. Casi quest’ultimi nei quali il valore dello scambio non entra nel calcolo del Pil.

Secondo gli esperti della banca elvetica Crédit Suisse più le attività economiche del mondo  on demand o sharing  guadagnano terreno (in particolare nelle aree dei servizi dai viaggi alle imprese di pulizie, dei trasporti, dell’ospitalità e del food, meno in quelle dei servizi finanziari e assicurativi) più urgente diventa aggiornare il metodo di calcolo della produzione di ricchezza di un Paese.

Per adesso la sharing economy non rappresenta una “forza distruttrice” dell’economia tradizionale, in quanto al momento siamo di fronte a nuove opportunità con una  creazione di valore  ancora limitata a dispetto degli investimenti; almeno per i prossimi cinque anni la sharing economy impatterà in maniera limitata sugli  incumbent  ovvero sulle società e sui gruppi  ex monopolisti e oligopolisti che occupano ancora una posizione dominante; le ricadute saranno poi differenti a seconda dei settori: già oggi si cominciano ad intravedere gli effetti tutt’altro che negativi per un’industria che ha subìto profondamente l’avvento di internet, ovvero quella discografica; più sensibili  saranno, invece, gli effetti sostitutivi sui costruttori di automobili.

In altri termini, secondo Crédit Suisse, la sharing economy pone una serie di interrogativi: mentre i benefici per gli utenti sono enormi, si sa ancora poco riguardo all’impatto che la medesima avrà nel lungo termine sulla crescita e sul mercato del lavoro; i costi bassi, l’efficienza, la comodità, la mancanza di intermediari e la maggiore flessibilità rendono la sharing economy molto attraente ma tutto questo può anche significare salari più bassi e minori protezioni; infine, la sharing economy è un concetto non ancora completamente analizzato dal punto di vista delle norme legali e comportamentali da applicare.

Econopoly, Novembre 2015