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LA RICERCA “INTRAPPOLATA” IN AULA

10 Mar 16
AVF Staff
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Secondo il Global Innovation Index 2015 gli investimenti nel campo dell’educazione scientifica ed ingegneristica in Italia sono inferiori rispetto a Francia, Germania e UK. Se in Italia si spende il 4,3% del PIL in Educazione contro il 5% della Germania, il 5,7% della Francia e il 6% di UK, confrontando gli investimenti in Educazione prettamente Scientifica il gap con gli altri paesi aumenta: in Italia si registra lo 0,31%, mentre negli altri 3 paesi una media dello 0,6%.

Anche per quanto riguarda la spesa in R&D il nostro paese si posiziona sotto la media: 1,3% del PIL in Italia, 3%, 2,3% e 1,7% rispettivamente in Germania, Francia e UK. L’Italia risulta invece sopra la media per quanto riguarda la produzione di articoli tecnici e scientifici per ricercatore, con 0,51 articoli contro 0,29 e 0,27 di Francia e Germania e 0,46 di UK. Nonostante si investa meno in Educazione Scientifica e in R&D si produce più “conoscenza” che, tuttavia, non si trasforma in business. Ad oggi non siamo in grado di vantare casi di successo di spin-off universitarie come invece possono fare  le università statunitensi. Anche per quanto riguarda il numero di brevetti registrati in Italia se ne contano 8.377, mentre in Francia 16.506 e 17.965 in UK. L’Italia inoltre occupa il 57° posto a livello mondiale per numero di collaborazioni di R&D  tra mondo delle imprese e quello delle Università.

Quello che manca dunque sembra la capacità di monetizzare l’efficienza della produzione scientifica attraverso una sua applicazione imprenditoriale. Produzione scientifica che rischia di rimanere confinata all’interno delle Accademie e delle Università. Occorre invece valorizzare l’imprenditorialità, incentivando la ricerca applicata ed investendo capitale di rischio in grado di scommettere sull’innovazione. Ogni attore dell’ecosistema (startup, investitori, università e centri di ricerca) deve essere interconnesso per creare un effetto network.

Oltre a piani di sviluppo quinquennali “top-down” o a riforme strutturali, l’Italia ha bisogno di casi di successo che siano in grado di innescare circoli virtuosi fuori e dentro le università. Affinché le spin-off possano fungere da role model è necessario codificare modalità di collaborazione chiare e trasparenti tra università, centri di ricerca e ricercatori che favoriscano anche l’emergere di un sistema meritocratico. La Carnegie Mellon University, ad esempio, ha regolamentato la produzione scientifica ed il conseguente sfruttamento in termini business secondo due modalità, licencing e spin-outs, sancendo per ciascuna le linee guida per la suddivisione di royalties, equity, future transactions, la struttura finanziaria della startup, i costi di set up, la partecipazione al consiglio di amministrazione e regolamentando ogni eccezione.

Oltre che su role modeling occorre puntare sui transfer offices e sui centri di ricerca. In Europa centri come il Fraunhofer, che svolgono attività di ricerca applicata per l’industria e la pubblica amministrazione, rappresentano una best practice capace di gettare un ponte tra “conoscenza” e business. Altrettanto cruciale è riuscire a costruire ecosistemi a cultura imprenditoriale diffusa. Bisogna poi tener presente che nel caso degli spin-outs una maggiore incidenza di investimenti in imprese innovative nelle loro prime fasi di attività è correlata alla capacità di scalare e che la natura innovativa, ambiziosa e “rischiosa” di questi nuovi business deve prevedere anche la possibilità di un loro fallimento. Le startup hanno dunque bisogno di equity, ovvero di capitale di rischio che permetta di chiudere l’azienda in bonis in caso di fallimento senza generare debito non rimborsabile e che renda possibile scommettere su business molto ambiziosi che non generino flussi di cassa nei loro primi anni di vita. Per questo i fondi di venture capital svolgono un ruolo cruciale nel finanziare l’innovazione e non sono omologabili a nessun’altra forma di finanziamento.

Gli investimenti in imprese innovative sono poi connessi ad un incremento della crescita economica, dell’occupazione e dei principali indicatori di innovazione dell’intero sistema paese. Negli Stati Uniti, ad esempio, le venture backed companies producono una ricchezza pari al 21% del PIL e danno lavoro all’11% degli occupati nel settore privato. Le aziende sostenute dal venture capital sono maggiormente performative ed ottengono risultati superiori alle altre imprese, sia in termini di reddito prodotto sia in termini di nuovi posti di lavoro generati. Confrontando i dati della digital economy e degli investimenti in Venture Capital sembra che più alti sono gli investimenti dei Venture Capital, più i business tech pesano sul PIL, contribuendo così a generare ricchezza. Questo è vero per Francia, Germania, UK e anche per l’Italia dove, in quest’ultimo caso, il rapporto sembra essere sfavorevole con lo 0,002% di investimenti VC sul PIL (contro una media Europea di 0,024%).

GLOBAL INNOVATION INDEX 2015

LA RICERCA “INTRAPPOLATA” IN AULA