Blog Detail

LA GRANDE TRASFORMAZIONE DELLA RICERCA: EFESTO, ATENA E I RICERCATORI INDUSTRIALI

02 Feb 16
AVF Staff
No Comments

La grande trasformazione del lavoro, che non è più mera ripetizione meccanica di movimenti e procedure ma creazione, intraprendenza, progettazione e adattabilità, sta cambiando in profondità il modo di fare ricerca e il rapporto tra impresa e università. Dopo millenni la conoscenza ha riconosciuto il ruolo della pratica, dell’ingegno e della manualità. Il lavoro, un tempo considerato mera fatica corporale e privo di contenuti intellettuali, si unisce alla ricerca attraverso la nascita della figura del ricercatore industriale.

Fino a qualche anno fa la ricerca in impresa era una seconda scelta, alternativa alla carriera accademica, quasi mai una vocazione. Oggi in tutti i paesi avanzati la percentuale dei ricercatori industriali sul totale della forza lavoro in azienda è in crescita (lo 0.8% per Germania e Francia; l’1.3% per Danimarca; l’1.2% per Finlandia); ed entro il 2020 dovrebbe aumentare ancora in base al tetto fissato dall’Europa di almeno il 3% degli occupati impegnati in attività di Ricerca e Innovazione. Molti progetti, come ad esempio il Marie Curie Actions , vanno proprio in  questa direzione.

In Italia, tuttavia, solo lo 0.4% dei lavoratori svolge, per il momento, attività di ricerca nell’industria.  Le imprese spesso non trovano figure disponibili: eppure solo 1 su 4 dei PhD italiani riesce a proseguire nella carriera accademica; ed i rimanenti tre,  non considerando la ricerca industriale una valida alternativa, preferiscono il pubblico impiego.

Il mercato del lavoro non ha poi ancora strumenti e incentivi che riconoscano dovutamente le specificità del ricercatore in azienda. L’Italia sconta infatti un elevato ritardo culturale già nella fase di formazione dei ricercatori. Mentre negli altri paesi fin dal momento della nascita del dottorato (1980) si sperimentavano i PhD industriali, in Italia il dottorato nasceva con un decreto che non faceva nessun riferimento all’impresa, né come percorso né come sbocco. Il “dottorato industriale” è stato introdotto nel nostro paese soltanto nel 2013 e, almeno per adesso, sembra risultare un flopper a causa dei carichi burocratici e procedurali sulle imprese.

Pochi i riconoscimenti e gli incentivi anche in termini di relazioni industriali. L’unico contratto nazionale che riconosce la figura del ricercatore industriale in Italia è quello dei chimici-farmaceutici. Sebbene siano previsti sgravi fiscali e credito di imposta per chi assume ricercatori, come pure sia prevista la presenza di PhD in una startup  tra i criteri legali necessari a riconoscerne l’innovatività, tutto ciò non sarà sufficiente all’affermazione della figura del ricercatore industriale finché i contratti continueranno a basarsi su categorie “statiche” come, ad esempio, qualifica, mansione, rigida definizione degli orari ecc. Il ricercatore industriale deve essere infatti identificato come multitasking; un PhD o un laureato tecnico-scientifico pronto a svolgere diversi incarichi, lavori e compiti; non ha orari di lavoro rigidi, pubblica poco, brevetta molto; progetta, sviluppa e applica modelli; sa comunicare, impostare problemi, gestire la contingenza; è orientato al risultato, inserito in un team ed ha un ruolo nell’organigramma aziendale.

Sul fronte della formazione, infine, vi è da sottolineare che sono ancora troppo pochi gli apprendistati di ricerca e scarni ne sono i riferimenti nei CCNL (come confermato dall’ Isfol).

La realtà di oggi ci dice, invece, che l’industria ha eroso nel tempo il monopolio sulla conoscenza in passato detenuto dell’università e che, il processo industriale, in quanto maggiormente legato all’esperienza e al mercato (dunque anche alla società e alle sue esigenze) diventa esso stesso strumento di espansione della conoscenza e un potenziale amplificatore dell’applicazione della ricerca universitaria.  Il risultato è che chi fa ricerca in industria ha la possibilità di modificare la realtà in misura maggiore rispetto a chi fa ricerca in università, nonostante gli avanzamenti intermini di “Terza Missione”.

Esempi di buone pratiche, a dispetto del clima poco favorevole, possono comunque essere ravvisati in imprese innovative come Agusta Westland e Basf, che puntano su apprendistati di ricerca in cui l’impresa ha un ruolo formativo centrale. Aziende come Bracco stanno invece promuovendo la ricerca industriale attraverso il progetto “iRIS. Il Miur, inoltre, ha recentemente incentivato la ricerca industriale finanziando il Progetto PhD Italents in collaborazione con Confindustria e Fondazione CRUI. I settori trainanti, ovvero quelli che assumono maggiormente i ricercatori industriali, sono il chimico-farmaceutico, il metalmeccanico e l’energetico. Tuttavia, ci sono anche imprese appartenenti ad alcuni settori dei servizi, quali sanità e istruzione, dove trovano spazio anche ricercatori umanistici.

Il percorso è dunque ancora lungo, ma la trasformazione è irreversibile e necessaria in quanto puntare sulla ricerca industriale significa permettere alle imprese di creare sviluppo e occupazione di alto profilo.

Il Sole 24ORE, ottobre 2014