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DARWIN (BERKELEY): PMI ITALIANE IN VANTAGGIO NELLA CORSA ALL’OPEN INNOVATION

02 Mag 16
AVF Staff
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Come sottolineato anche dal direttore del Garwood Center for Corporate Innovation dell’università californiana di Berkeley le società più piccole non hanno le risorse né i talenti delle multinazionali ma sono più agili. Le grandi, al contrario, rischiano di fallire perché non sanno adattarsi ai mutamenti ambientali ed aprirsi all’esterno.

Purtroppo molte aziende sembrano infatti ancora non comprendere l’importanza della open innovation e della necessità di dover cambiare rapidamente strategia per adattarsi al mutato panorama. Una volta cresciute molte perdono la capacità di innovare, non sono più agili ed in grado di adattarsi ai cambiamenti ambientali. Non sanno innovare velocemente come le più piccole e quindi perdono il vantaggio competitivo.

È questa una delle ragioni per le quali multinazionali in uno stadio maturo come Kodak, Polaroid o Blockbuster sono fallite. D’altra parte ci sono colossi come Ibm che hanno perfettamente compreso il nuovo trend. Un tempo Ibm vendeva computer, oggi non è più il suo prodotto ‘core’ e propone servizi.  In più sta collaborando con 5000 università in tutto il mondo: entra negli atenei, accoglie le migliori idee e le porta in azienda.

Una delle principali difficoltà  che incontra un’azienda che vuole innovare risiede nella cultura aziendale. Un altro punto debole è la struttura organizzativa. Poi c’è la questione, particolarmente rilevante, della proprietà intellettuale. Alcune imprese non la vogliono condividere, preferiscono mantenerne il possesso e usarla come voce di bilancio. Ma la proprietà intellettuale è un asset che si deprezza molto facilmente: quello che oggi vale mille, domani varrà zero. Se un’azienda vuole essere innovativa deve adottare una policy che consenta di condividere la proprietà intellettuale, o darla in licenza, o scambiarla o persino rilasciarla gratuitamente, magari in cambio di un vantaggio strategico che sia in grado di renderla il principale player sul mercato.

Le multinazionali sono come dinosauri che hanno nel loro ventre tante uova pronte a schiudersi, le startup. I big devono costantemente sviluppare nuovi prodotti, perché quelli che in origine erano ‘core’ in futuro potrebbero non essere più vitali per il mercato e le società potrebbero morire. Per questo hanno bisogno delle giovani company.

Una startup di solito ha tante idee, ma è anche alla ricerca costante di un modello di business e può avere bisogno di ‘inserire’ le proprie idee nel business model di un’altra impresa. Può accadere che la giovane impresa abbia un’ottima idea, ma non un buon canale di distribuzione. A quel punto può decidere, per esempio, di stringere una partnership con Coca-Cola, che ha un eccellente canale di distribuzione. Oppure può dover ricorrere all’aiuto di altri per recuperare risorse finanziarie o conoscenza scientifica. Le giovani società hanno una vera necessità di essere open nei modi più svariati. Serve flessibilità, ma per fortuna la maggior parte di loro è molto flessibile: i decision maker sono pochi, è facile prendere decisioni, mentre nelle big company non è così.

In Europa ci sono in maggioranza piccole e medie imprese. Le società più piccole non hanno le risorse economiche, né i talenti, né il cash flow di quelle più grandi. In particolare l’ossatura dell’economia italiana è costituita da pmi. Ma non è un totale svantaggio, perché essendo molto più agili delle multinazionali possano utilizzare meglio l’open innovation. In più oggi la maggior parte dei tool per avviare un’impresa sono gratuiti e digitali: non c’è più bisogno di cercarsi una sede fisica, si può fare tutto in Rete, magari ricorrendo a una tecnologia cloud-based. In questo momento storico gli strumenti digitali sono in grado di rafforzare le piccole e medie imprese in un modo che mai è stato fatto prima d’ora. Sia l’Italia che l’Europa possano dunque trarre vantaggio da questo panorama digitale che comprende anche l’open innovation.

EconomyUp, aprile 2016