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MAKE IN ITALY! PERCHÉ L’ECONOMIA DEI MAKER FA CRESCERE L’ITALIA

12 Apr 16
AVF Staff
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Il primo rapporto sul Digital ManufacturingMake in Italy!” (il made in Italy al tempo dei makers) cerca di mettere in luce l’impatto delle tecnologie digitali sul made in Italy e come le potenzialità di crescita di una digital transformation totale del nostro sistema industriale siano davvero impressionanti. E’ dunque estremamente importante contribuire alla nascita di un nuovo “made in Italy“, ovvero di un sistema manifatturiero che sappia far proprie non solo le nuove tecnologie digitali ma anche, più in generale, la cultura che il digitale apporta.

L’open-source, il crowdsourcing, i big data e gli analitycs sono strumenti che stravolgono il modo in cui un prodotto viene elaborato, progettato e monitorato; al pari di ciò che accade per la prototipazione rapida e la produzione intelligente con le stampanti 3D, i robot e i sensori nella catena di montaggio. Il digitale, ormai, non riguarda più solo il mondo dei siti e delle applicazioni, ma è entrato nel mondo degli oggetti fisici che in un certo senso esso stesso governa. E’ con questo nuovo paradigma del digitale che un paese, che ha nell’eccellenza manifatturiera il suo storico punto di forza, deve fare i conti.

Nel ricostruire i presupposti tecnologici-culturali della nascita del movimento dei makers, e più in generale del nuovo made in Italy, vengono ricordati alcuni eventi che mettono in evidenza come, sebbene il movimento dei makers abbia antecedenti antichissimi, in realtà si tratta di un fenomeno radicalmente nuovo che poggia su alcune innovazioni indiscutibili.

La prima fu essenzialmente culturale: quando nel 2001, al MIT di Boston, un professore di fisica apre il primo Centro per i Bit e gli Atomi e di conseguenza un laboratorio “dove puoi costruirti quasi tutto”. Non è nato così soltanto il primo FabLab, ma è stato fissato un principio fino a quel momento mai sentito ovvero che chiunque, grazie alle nuove tecnologie, può costruirsi da solo quasi tutto, o meglio, collaborando in rete con altre persone. In realtà perché quella intuizione del professore Neil Gershenfeld del MIT potesse rivelarsi pienamente realizzata si è dovuto attendere il 2005 e ci si è dovuti spostare in Europa dove sono accaduti, senza che vi sia stato alcun collegamento, due fatti determinanti per il futuro del movimento dei makers.

Il primo all’università di Bath, dove un docente di ingegneria meccanica, Adrian Bowyer, lancia il progetto RepRap (Replicating Rapid Prototyper), ovvero una stampante 3D in grado di produrre i suoi stessi componenti. Un progetto open-source grazie al quale da quel momento in poi chiunque, con pochissimi soldi, sarà in grado di farsi una stampante 3D. Il boom di stampanti a basso costo, e sempre più evolute, è nato dunque lì a Bath.

Il secondo fatto avviene in Italia alla Scuola di Interaction Design di Ivrea, dove nasce Arduino, un progetto di hardware opensource, dal quale arriveranno una serie di schede (microcontrollori) a basso costo e facili da usare. Da quel momento in poi chiunque, con pochissimi soldi e senza conoscenze tecniche specialistiche, potrà realizzare progetti di elettronica. Così come il world wide web di Tim Berners Lee, negli anni ’90, aveva di fatto aperto le porte di Internet anche a chi non era un informatico, così la RepRap e Arduino, con tutto quello che è venuto dopo, hanno spalancato i portoni dell’innovazione a tutti.

Il movimento dei makers nasce dunque da qui e non è un caso che abbia piede in Italia dove dal 2013 a Roma si svolge la più importante Maker Faire europea; e dove il numero dei FabLab in tre anni è passato da zero a cento, mettendoci al secondo posto mondiale dietro gli Stati Uniti. Non è un caso perché il nostro è sempre stato un paese di inventori, di  artigiani eccezionali, di industriali capaci di unire meccanica di precisione e design come nessun altro paese al mondo. Il “made in Italy” è un valore, anche immateriale, da difendere e rilanciare nel momento in cui con il digitale cambia tutto. E se non si cambia, si rischia di sparire, come è accaduto a tanti colossi che sembrava dovessero star lì per sempre e invece non ci sono più, vittime, più che della rivoluzione digitale, della loro incapacità di cavalcarla

L’HuffingtonPost, aprile 2016

MAKE IN ITALY! IL PRIMO RAPPORTO SULL’IMPATTO DELLE TECNOLOGIE DIGITALI SUL MADE IN ITALY